Diventare, come la forma che si fa sostanza

Diventare, come la forma che si fa sostanza

Anche l’insegnante di questa volta ci chiede di presentarci. Lei, del resto, mica ci conosce. E allora iniziano le classiche presentazioni didascaliche e fredde, compresa la mia nella quale provo a mettere in fila le varie cose che faccio, dove ho studiato, chi sono.

Quando la forma si fa sostanza: in effetti sono biografie che sembrano liste della spesa.

E allora l’insegnate ci chiede di rivoltare il punto d’osservazione e di scuotere un po’ questo edificio freddo che abbiamo appena eretto uno di fronte all’altro.
Rispondi alla domanda: chi sei? Ma davvero. Anche se sai già che non risponderai mai fino in fondo (perché rispondere fino in fondo significherebbe fare la guerra con se stessi e non è mai un buon modo per iniziare una giornata).

Eppure qualcosa esce fuori.
Dopo qualche giorno rileggo le poche frasi che ho scritto a quell’esercitazione e vedo la forma diventare sostanza.

«Malgrado una certa sicurezza dimostrata, sono spesso coi piedi sulla soglia fra il fuori e il dentro. E un po’ mi piace abitare lì dove tutto deve passare.
Sulla soglia leggo molto, scrivo pagine e canzoni che ho spesso paura di inquinare rendendole pubbliche. Mi faccio sorprendere dalla bravura degli altri.
Osservo».

Roma, sabato 11 novembre 2017

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L’aridità dell’aria. Note su “Dimenticare” di Peppe Fiore.

L’aridità dell’aria. Note su “Dimenticare” di Peppe Fiore.

Ho letto Dimenticare di Peppe Fiore in due sere, alla metà di settembre.
Un mese fa, più o meno.
Ero in una casa isolata, in mezzo a boschi di faggi e lecci. Ci ero andato di mia spontanea volontà accollandomi ogni conseguenza possibile e con la voglia di dedicare tempo a cose che, sempre più spesso, trascuro.
Ora scrivo da casa mia, invece. Il periodo di isolamento volontario è finito e Dimenticare mi è tornato in mente con prepotenza.

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Cit.

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«Prima dell’inferno c’è stata la casa.

Il bacio furtivo nel retro del giardino a tredici anni; l’odore e la puzza della casa; le nuvole nere; l’ebbrezza del tuono molto vicino; il rifugio del bambino; l’angolo vicino alla finestra; la coperta durante la febbre; la noia felice; e brividi di beatitudine.

C’è stata, in due parole, l’intimità mentale. Il campo decreta la perdita dell’intimità mentale, stabilendo così una nuova morte che respira.

Ci sono molti modi di morire: il peggiore è rimanendo vivi».

Soundtrack: Trevor Green – This Must Be The Place

Solo i colori

Solo i colori

Caro amico-lettore,
l’aria spostata dal mio ventilatore, mentre scrivo queste righe, continua ad essere calda e pressoché insopportabile.

Mi chiedo da tempo se ogni cosa abbia una definizione precisa; cioè se di ogni evento, emozione, fatto o movimento, si possano effettivamente determinare tutti i contorni, affermando – al contempo – ciò che quella cosa è e, quindi, ciò che non è. Vorrei che tu, in una delle tue lettere, mi dicessi come la pensi a riguardo.

Qualunque sia la risposta all’enorme quesito qui sopra, mi sono convinto che delle cose importanti occorra tenere traccia. È pur vero che, in quanto importanti, da sole si manterranno nella memoria, ma è necessario per noi svolgere un gesto.
Passargli attraverso una seconda volta. E una terza, e una quarta, se sarà necessario farlo.

Il gesto che mi auguro ognuno di noi faccia è quello di “fermare” una parte di ciò che è accaduto in una qualche vaga forma, tenendolo vivo anche attraverso ciò che appare come l’opposto della vita: una pagina scritta, o un’immagine, o un suono.

Non esiste il grado zero, ci sono solo i colori accartocciati l’uno dentro all’altro.

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Pioveva

Pioveva

Caro amico lettore, so che troverai tutto ciò che stai cercando – perché sei di un’intelligenza superiore alla media, ma soprattutto sei convinto che ciò che stai cercando è poi realmente quello che troverai. So anche che preferisci non avere molti contatti con me mentre stai facendo questo viaggio, eppure io non posso fare altrimenti che scriverti.

Ieri sera c’era la pioggia ed io non potevo far altro che buttarmi.
Pioveva copiosamente ed era sorprendente perché questa pioggia incessante la terra la attendeva da mesi. “Alla fine di un luglio soffocante è tornata un po’ di pioggia”, ed io non potevo far altro che buttarmi.
Dopo pochi metri il mio k-way giallo pesca faceva già fatica a trattenere l’acqua impedendole di passare tutta sulla mia maglietta, le scarpe non mi aiutavano molto a tenere la strada. Ma oramai mi ero buttato.

Ho corso come non mai facendomi colpire dalle gocce di pioggia sul volto, ascoltando i miei passi incastonarsi dentro il ritmo dell’acqua che scendeva sulle fronde degli alberi e sulla terra arsa. Nessun altro gesto avrebbe potuto aiutarmi di più. E lo sapevo, per questo quando ho visto la pioggia mi sono buttato.

Eppure come al solito c’è qualcosa che mi ferma, mi costringe a riflettere anche sull’utilità della pioggia. Lì dove sono solito andare per ammirare la città e la vallata di cui ti parlavo la scorsa volta, ho dovuto rallentare. Appoggiare le braccia al muretto. Sentirmi ancora di più colpito dalla pioggia che rafforzava la sua caduta. Guardare quello che accadeva giù in fondo.

Il cielo si era gradualmente aperto e, mescolato a qualche scia di nuvole, si era colorato di un rosso simile a quello che hanno le more selvatiche non ancora mature. Di qua, a fare da contrasto, il grigio dell’acqua piovana.

Ma continuava a piovere sopra di me ed io non potevo far altro che buttarmi.

Cartolina da qui

Cartolina da qui

Caro amico che ora leggi e che poi dovrai inoltrarti dove non sei mai stato, volevo ricordarti qualcosa che forse già sai: non tutto può sembrare sempre uguale. Volevo pertanto farti avere anche questa mia cartolina e farti vedere che dalle finestre del palazzo in cui ora lavoro posso vedere questo:

Panoramica Ufficio

Laggiù, dietro questo spettacolo che ha una certa famigliarità col rosa e nel quale la luce sembra sempre di taglio, c’è la pianura nella quale sono cresciuto, incastonata dentro una vallata umida e tuttavia sana. Un cerchio dal diametro di circa settanta/ottanta chilometri ricca di un sapore vario come una macedonia appena composta.

Lì la luce è sempre dritta: ti cade sempre sopra la testa. Cambia solo e soltanto nelle ore che scandiscono l’inizio e la fine di ogni giornata. Da sotto, e da qualsiasi angolo tu ti possa trovare, vedrai un castello arroccato, ed avrai l’impressione che le sue torri siano gli occhi di un Dio che ti osserva e non ti giudica. Un Dio buono che non ha la velleità di essere il regolatore di ciò che succede sulla terra, tra gli uomini e dentro le superficiali vite di questi ultimi.

Tornando quassù, allora, ti sentirai investito da una luce diversa e sentirai la vicinanza con gli occhi di quel Dio che non giudica.

Eppure non potrai fare a meno di scendere nuovamente, come Socrate quando – necessariamente – deve addentrarsi nel Pireo per dare avvio alla Repubblica. E quindi un giorno dovrai tornare laggiù, dentro quella vallata umida e sana, e da qualsiasi punto d’osservazione vedrai la luce cambiare ed illuminare tutto allo stesso modo, senza sconti. E non ci sarà nessun Dio ad osservarti, solo un castello arroccato e stupendo, lontano da te. Ma preferirai illuderti una volta ancora, perché altrimenti tutto, mentre risulterà essere illuminato, potrà anche farti del male.