L’aridità dell’aria. Note su “Dimenticare” di Peppe Fiore.

L’aridità dell’aria. Note su “Dimenticare” di Peppe Fiore.

Ho letto Dimenticare di Peppe Fiore in due sere, alla metà di settembre.
Un mese fa, più o meno.
Ero in una casa isolata, in mezzo a boschi di faggi e lecci. Ci ero andato di mia spontanea volontà accollandomi ogni conseguenza possibile e con la voglia di dedicare tempo a cose che, sempre più spesso, trascuro.
Ora scrivo da casa mia, invece. Il periodo di isolamento volontario è finito e Dimenticare mi è tornato in mente con prepotenza.

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Una piccola nota a «Questa è l’acqua»

Una piccola nota a «Questa è l’acqua»

 

Questa è l'acqua

Ho scritto una piccola nota a Questa è l’acqua di David Foster Wallace sul social network dedicato alla lettura Goodreads. Di seguito il testo che trovate sul social, a questo link. Se siete lettori iscrivetevi a Goodreads, è davvero un ottimo strumento per tenere traccia delle vostre letture e confrontarsi con altri lettori.

 

Questa è l’acqua by David Foster Wallace

My rating: 4 of 5 stars

Questa è l’acqua è una raccolta di sei scritti di DFW (cinque racconti e la trascrizione di un discorso tenuto al Kenyon College, per il conferimento delle lauree nel 2005). I cinque racconti sono “laterali” rispetto a quelli contenuti nelle due principali raccolte dell’autore americano. Tutti usciti su riviste di varia natura, tra la seconda metà degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, i racconti mostrano tuttavia la distanza che la narrazione di Foster Wallace contiene in sé. Una distanza nei confronti degli schemi, delle categorie, di ciò che abbiamo sempre inteso come: narrazione. Ciò nonostante fra di loro c’è una continuità evidente che è data dalla paradossale mancanza di ogni continuità narrativa, tematica ed esteriore. Questa rapsodia si tiene insieme magicamente, infatti.

Nel racconto più bello (Il pianeta Trillafon in relazione alla Cosa Brutta) DFW affronta in maniera magistrale il tema della depressione, che lo ha colpito per anni, fornendone una descrizione tutt’altro che emotiva. Quasi scientifica, in verità. Si percepisce, leggendolo, quasi un affastellarsi di nozioni e racconti che si legano gli uni agli altri fino a diventare una cascata che solo una mente oltre ogni lucidità può mettere insieme. La lucidità di chi ha ben chiara ogni esigenza e ogni sua insoddisfatta risposta precostituita. «Dal tramonto è spuntato un altro autobus», eppure siamo ancora fermi.

Lo speech che chiude il volume è magistrale: rivolto ai laureati in materie umanistiche, DFW smonta – oltrepassandolo – quello che è uno dei maggiori cliché sugli studi umanistici. Ovvero che quest’ultimi siano utili ad «imparare a pensare». Pensare, in realtà, non è un fortificarsi ma è un abbandonare; è lasciarsi alle spalle quell’automaticità dei pensieri che ci tiene in piedi, che ci fa essere certi almeno di due o tre cose nella vita. Pensare è perdersi e sapere di ritrovarsi con molta difficoltà. Sembra una tortura, ed è invece – dice DFW – la nostra unica libertà, la «vera libertà», la consapevolezza di essere qualcosa di niente affatto infallibile e di essere contornati da fragilità, vite insoddisfatte e successi mai raggiunti. «La Verità con la V maiuscola – scrive – riguarda la vita prima della morte. [… è] la consapevolezza di ciò che è così reale e essenziale, così nascosto in bella vista sotto gli occhi di tutti da costringerci a ricordare di continuo a noi stessi:”Questa è l’acqua”».

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Teorema dell’incompletezza – Recensione

Teorema dell’incompletezza – Recensione

Teorema dell’incompletezza
Valerio Callieri
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Esistono delle storie che s’intrecciano con la Storia.
Accade poi che queste storie, per le donne e gli uomini che le vivono, e per coloro che ne sono ai fianchi, diventino l’unica storia a cui davvero tenere.

È questo, in estrema sintesi, ciò che dimostra e conferma Teorema dell’incompletezza di Valerio Callieri – se un romanzo oltretutto deve dimostrare qualcosa (il che non è affatto scontato). In altre parole, si potrebbe dire che Callieri illumini una tendenza egoistica, e piuttosto naturale, la quale conduce inequivocabilmente ogni uomo a guardare se stesso, le proprie vicende, a vivere queste ultime come un peso e ad osservare i fatti della storia come uno sfondo entro il quale giustificare o spiegare ciò che accade e fa.

Gli uomini si dimenticano della Storia, ma tentano in maniera spasmodica di lasciare almeno una traccia nelle loro storie. Teorema dell’incompletezza sembra essere cosciente di questa genetica caratteristica umana e intende – come ogni sana costruzione dell’ingegno – allargare lo sguardo, spostare la macchina da presa a distanza, così da poter filmare un totale nel quale passato e presente si influenzano a vicenda. Continua a leggere “Teorema dell’incompletezza – Recensione”

Io e Cesare

Io e Cesare


Premessa
Qualche giorno fa ho riletto Il carcere, un romanzo di Cesare Pavese. La rilettura di quel breve testo, attraverso il quale Pavese «racconta l’anno che Stefano è costretto a passare al confino in un minuscolo paesino del sud Italia, tra l’inattività forzata, il mare, l’osteria del paese e la seducente luminosità della noia», mi ha riportato alla mente alcuni ricordi che da tempo non frequentavo e che ora trascrivo. Probabilmente, per farci i conti. Continua a leggere “Io e Cesare”

Karl-Ove-Knausgård (Oslo, 1968)

Karl-Ove-Knausgård (Oslo, 1968)

Sto leggendo L’isola dell’infanzia, il terzo, corposo, volume della biografia in sei tomi dello scrittore norvegese Karl Ove Knausgård.
Ho letto i primi due volumi, il primo nel novembre 2015 e il secondo tra l’agosto e il settembre 2016. Finora i testi sono quasi del tutto autonomi. Si potrebbe benissimo leggerne uno, senza aver letto quelli precedenti. Tutti, però, hanno la spasmodica voglia di raccontare questa vita normale: la vita di uno scrittore quasi cinquantenne che ha vissuto sempre fra la Norvegia e la Svezia.

Eppure, sarà per una forma di voyeurismo di chi la legge, sarà perché è così difficile mettere in mostra la propria esistenza, ma questa vicenda ti richiama. O almeno, mi richiama. Knausgård è onesto, scrive chi è. Le sue debolezze, le sue certezze, le sue lacrime e i suoi coiti diventano materia letteraria e non sotto pseudonimo, ma direttamente. Questa forma di prepotente invasione nella nostra coscienza collettiva è entusiasmante, secondo me – al netto di ogni curiosità (morbosa?) che deve sempre inondare chi legge.

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Con le peggiori intenzioni – Recensione

Con le peggiori intenzioni – Recensione

Disclaimer: sogno un film con la sceneggiatura di Alessandro Piperno e la regia di Paolo Sorrentino.

Perché?
Per Sorrentino provo a rispondere un’altra volta, per Piperno ora – e comunque in maniera sommaria. Poiché ho appena finito di leggere il suo primo romanzo, del 2005, Con le peggiori intenzioni. Quest’anno – appena uscito – avevo letto anche il suo quarto e più recente romanzo, Dove la storia finisce, di cui avevo parlato anche qui. Anni indietro mi ero imbattuto, quasi casualmente, prima in Persecuzione e poi – fagocitato dalla sua scrittura e dalla storia – in Inseparabili, col quale Piperno vinse il premio Strega. (Inoltre, Persecuzione Inseparabili, formano il dittico: Il fuoco amico dei ricordi.)

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“Caos anziché musica”

“Caos anziché musica”

Sembra piuttosto chiaro che Julian Barnes – o il suo editor, o forse entrambi assieme – ci sappiano fare con i titoli dei libri. Dopo The Sens of an Ending (Il senso di una fine) se ne esce con The noise of Time (Il rumore del tempo). Titoli quantomeno evocativi.

Il senso di una fine mi era molto piaciuto. (Anche se rileggendo la recensione che scrissi 4 anni fa mi pare di trovare una certa ingenuità nella mia scrittura, una pretenziosità che non aveva ragion d’essere. Ma vabbè, si sa: si cambia. E devo assolutamente rileggere quel libro, preferibilmente in una domenica piovosa.)

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