Questa è l'acqua

Ho scritto una piccola nota a Questa è l’acqua di David Foster Wallace sul social network dedicato alla lettura Goodreads. Di seguito il testo che trovate sul social, a questo link. Se siete lettori iscrivetevi a Goodreads, è davvero un ottimo strumento per tenere traccia delle vostre letture e confrontarsi con altri lettori.

 

Questa è l’acqua by David Foster Wallace

My rating: 4 of 5 stars

Questa è l’acqua è una raccolta di sei scritti di DFW (cinque racconti e la trascrizione di un discorso tenuto al Kenyon College, per il conferimento delle lauree nel 2005). I cinque racconti sono “laterali” rispetto a quelli contenuti nelle due principali raccolte dell’autore americano. Tutti usciti su riviste di varia natura, tra la seconda metà degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, i racconti mostrano tuttavia la distanza che la narrazione di Foster Wallace contiene in sé. Una distanza nei confronti degli schemi, delle categorie, di ciò che abbiamo sempre inteso come: narrazione. Ciò nonostante fra di loro c’è una continuità evidente che è data dalla paradossale mancanza di ogni continuità narrativa, tematica ed esteriore. Questa rapsodia si tiene insieme magicamente, infatti.

Nel racconto più bello (Il pianeta Trillafon in relazione alla Cosa Brutta) DFW affronta in maniera magistrale il tema della depressione, che lo ha colpito per anni, fornendone una descrizione tutt’altro che emotiva. Quasi scientifica, in verità. Si percepisce, leggendolo, quasi un affastellarsi di nozioni e racconti che si legano gli uni agli altri fino a diventare una cascata che solo una mente oltre ogni lucidità può mettere insieme. La lucidità di chi ha ben chiara ogni esigenza e ogni sua insoddisfatta risposta precostituita. «Dal tramonto è spuntato un altro autobus», eppure siamo ancora fermi.

Lo speech che chiude il volume è magistrale: rivolto ai laureati in materie umanistiche, DFW smonta – oltrepassandolo – quello che è uno dei maggiori cliché sugli studi umanistici. Ovvero che quest’ultimi siano utili ad «imparare a pensare». Pensare, in realtà, non è un fortificarsi ma è un abbandonare; è lasciarsi alle spalle quell’automaticità dei pensieri che ci tiene in piedi, che ci fa essere certi almeno di due o tre cose nella vita. Pensare è perdersi e sapere di ritrovarsi con molta difficoltà. Sembra una tortura, ed è invece – dice DFW – la nostra unica libertà, la «vera libertà», la consapevolezza di essere qualcosa di niente affatto infallibile e di essere contornati da fragilità, vite insoddisfatte e successi mai raggiunti. «La Verità con la V maiuscola – scrive – riguarda la vita prima della morte. [… è] la consapevolezza di ciò che è così reale e essenziale, così nascosto in bella vista sotto gli occhi di tutti da costringerci a ricordare di continuo a noi stessi:”Questa è l’acqua”».

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