Diventare, come la forma che si fa sostanza

Diventare, come la forma che si fa sostanza

Anche l’insegnante di questa volta ci chiede di presentarci. Lei, del resto, mica ci conosce. E allora iniziano le classiche presentazioni didascaliche e fredde, compresa la mia nella quale provo a mettere in fila le varie cose che faccio, dove ho studiato, chi sono.

Quando la forma si fa sostanza: in effetti sono biografie che sembrano liste della spesa.

E allora l’insegnate ci chiede di rivoltare il punto d’osservazione e di scuotere un po’ questo edificio freddo che abbiamo appena eretto uno di fronte all’altro.
Rispondi alla domanda: chi sei? Ma davvero. Anche se sai già che non risponderai mai fino in fondo (perché rispondere fino in fondo significherebbe fare la guerra con se stessi e non è mai un buon modo per iniziare una giornata).

Eppure qualcosa esce fuori.
Dopo qualche giorno rileggo le poche frasi che ho scritto a quell’esercitazione e vedo la forma diventare sostanza.

«Malgrado una certa sicurezza dimostrata, sono spesso coi piedi sulla soglia fra il fuori e il dentro. E un po’ mi piace abitare lì dove tutto deve passare.
Sulla soglia leggo molto, scrivo pagine e canzoni che ho spesso paura di inquinare rendendole pubbliche. Mi faccio sorprendere dalla bravura degli altri.
Osservo».

Roma, sabato 11 novembre 2017

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L’aridità dell’aria. Note su “Dimenticare” di Peppe Fiore.

L’aridità dell’aria. Note su “Dimenticare” di Peppe Fiore.

Ho letto Dimenticare di Peppe Fiore in due sere, alla metà di settembre.
Un mese fa, più o meno.
Ero in una casa isolata, in mezzo a boschi di faggi e lecci. Ci ero andato di mia spontanea volontà accollandomi ogni conseguenza possibile e con la voglia di dedicare tempo a cose che, sempre più spesso, trascuro.
Ora scrivo da casa mia, invece. Il periodo di isolamento volontario è finito e Dimenticare mi è tornato in mente con prepotenza.

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Una piccola nota a «Questa è l’acqua»

Una piccola nota a «Questa è l’acqua»

 

Questa è l'acqua

Ho scritto una piccola nota a Questa è l’acqua di David Foster Wallace sul social network dedicato alla lettura Goodreads. Di seguito il testo che trovate sul social, a questo link. Se siete lettori iscrivetevi a Goodreads, è davvero un ottimo strumento per tenere traccia delle vostre letture e confrontarsi con altri lettori.

 

Questa è l’acqua by David Foster Wallace

My rating: 4 of 5 stars

Questa è l’acqua è una raccolta di sei scritti di DFW (cinque racconti e la trascrizione di un discorso tenuto al Kenyon College, per il conferimento delle lauree nel 2005). I cinque racconti sono “laterali” rispetto a quelli contenuti nelle due principali raccolte dell’autore americano. Tutti usciti su riviste di varia natura, tra la seconda metà degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, i racconti mostrano tuttavia la distanza che la narrazione di Foster Wallace contiene in sé. Una distanza nei confronti degli schemi, delle categorie, di ciò che abbiamo sempre inteso come: narrazione. Ciò nonostante fra di loro c’è una continuità evidente che è data dalla paradossale mancanza di ogni continuità narrativa, tematica ed esteriore. Questa rapsodia si tiene insieme magicamente, infatti.

Nel racconto più bello (Il pianeta Trillafon in relazione alla Cosa Brutta) DFW affronta in maniera magistrale il tema della depressione, che lo ha colpito per anni, fornendone una descrizione tutt’altro che emotiva. Quasi scientifica, in verità. Si percepisce, leggendolo, quasi un affastellarsi di nozioni e racconti che si legano gli uni agli altri fino a diventare una cascata che solo una mente oltre ogni lucidità può mettere insieme. La lucidità di chi ha ben chiara ogni esigenza e ogni sua insoddisfatta risposta precostituita. «Dal tramonto è spuntato un altro autobus», eppure siamo ancora fermi.

Lo speech che chiude il volume è magistrale: rivolto ai laureati in materie umanistiche, DFW smonta – oltrepassandolo – quello che è uno dei maggiori cliché sugli studi umanistici. Ovvero che quest’ultimi siano utili ad «imparare a pensare». Pensare, in realtà, non è un fortificarsi ma è un abbandonare; è lasciarsi alle spalle quell’automaticità dei pensieri che ci tiene in piedi, che ci fa essere certi almeno di due o tre cose nella vita. Pensare è perdersi e sapere di ritrovarsi con molta difficoltà. Sembra una tortura, ed è invece – dice DFW – la nostra unica libertà, la «vera libertà», la consapevolezza di essere qualcosa di niente affatto infallibile e di essere contornati da fragilità, vite insoddisfatte e successi mai raggiunti. «La Verità con la V maiuscola – scrive – riguarda la vita prima della morte. [… è] la consapevolezza di ciò che è così reale e essenziale, così nascosto in bella vista sotto gli occhi di tutti da costringerci a ricordare di continuo a noi stessi:”Questa è l’acqua”».

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Cit.

Cit.

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«Prima dell’inferno c’è stata la casa.

Il bacio furtivo nel retro del giardino a tredici anni; l’odore e la puzza della casa; le nuvole nere; l’ebbrezza del tuono molto vicino; il rifugio del bambino; l’angolo vicino alla finestra; la coperta durante la febbre; la noia felice; e brividi di beatitudine.

C’è stata, in due parole, l’intimità mentale. Il campo decreta la perdita dell’intimità mentale, stabilendo così una nuova morte che respira.

Ci sono molti modi di morire: il peggiore è rimanendo vivi».

Soundtrack: Trevor Green – This Must Be The Place

Solo i colori

Solo i colori

Caro amico-lettore,
l’aria spostata dal mio ventilatore, mentre scrivo queste righe, continua ad essere calda e pressoché insopportabile.

Mi chiedo da tempo se ogni cosa abbia una definizione precisa; cioè se di ogni evento, emozione, fatto o movimento, si possano effettivamente determinare tutti i contorni, affermando – al contempo – ciò che quella cosa è e, quindi, ciò che non è. Vorrei che tu, in una delle tue lettere, mi dicessi come la pensi a riguardo.

Qualunque sia la risposta all’enorme quesito qui sopra, mi sono convinto che delle cose importanti occorra tenere traccia. È pur vero che, in quanto importanti, da sole si manterranno nella memoria, ma è necessario per noi svolgere un gesto.
Passargli attraverso una seconda volta. E una terza, e una quarta, se sarà necessario farlo.

Il gesto che mi auguro ognuno di noi faccia è quello di “fermare” una parte di ciò che è accaduto in una qualche vaga forma, tenendolo vivo anche attraverso ciò che appare come l’opposto della vita: una pagina scritta, o un’immagine, o un suono.

Non esiste il grado zero, ci sono solo i colori accartocciati l’uno dentro all’altro.

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Pioveva

Pioveva

Caro amico lettore, so che troverai tutto ciò che stai cercando – perché sei di un’intelligenza superiore alla media, ma soprattutto sei convinto che ciò che stai cercando è poi realmente quello che troverai. So anche che preferisci non avere molti contatti con me mentre stai facendo questo viaggio, eppure io non posso fare altrimenti che scriverti.

Ieri sera c’era la pioggia ed io non potevo far altro che buttarmi.
Pioveva copiosamente ed era sorprendente perché questa pioggia incessante la terra la attendeva da mesi. “Alla fine di un luglio soffocante è tornata un po’ di pioggia”, ed io non potevo far altro che buttarmi.
Dopo pochi metri il mio k-way giallo pesca faceva già fatica a trattenere l’acqua impedendole di passare tutta sulla mia maglietta, le scarpe non mi aiutavano molto a tenere la strada. Ma oramai mi ero buttato.

Ho corso come non mai facendomi colpire dalle gocce di pioggia sul volto, ascoltando i miei passi incastonarsi dentro il ritmo dell’acqua che scendeva sulle fronde degli alberi e sulla terra arsa. Nessun altro gesto avrebbe potuto aiutarmi di più. E lo sapevo, per questo quando ho visto la pioggia mi sono buttato.

Eppure come al solito c’è qualcosa che mi ferma, mi costringe a riflettere anche sull’utilità della pioggia. Lì dove sono solito andare per ammirare la città e la vallata di cui ti parlavo la scorsa volta, ho dovuto rallentare. Appoggiare le braccia al muretto. Sentirmi ancora di più colpito dalla pioggia che rafforzava la sua caduta. Guardare quello che accadeva giù in fondo.

Il cielo si era gradualmente aperto e, mescolato a qualche scia di nuvole, si era colorato di un rosso simile a quello che hanno le more selvatiche non ancora mature. Di qua, a fare da contrasto, il grigio dell’acqua piovana.

Ma continuava a piovere sopra di me ed io non potevo far altro che buttarmi.

Cartolina da qui

Cartolina da qui

Caro amico che ora leggi e che poi dovrai inoltrarti dove non sei mai stato, volevo ricordarti qualcosa che forse già sai: non tutto può sembrare sempre uguale. Volevo pertanto farti avere anche questa mia cartolina e farti vedere che dalle finestre del palazzo in cui ora lavoro posso vedere questo:

Panoramica Ufficio

Laggiù, dietro questo spettacolo che ha una certa famigliarità col rosa e nel quale la luce sembra sempre di taglio, c’è la pianura nella quale sono cresciuto, incastonata dentro una vallata umida e tuttavia sana. Un cerchio dal diametro di circa settanta/ottanta chilometri ricca di un sapore vario come una macedonia appena composta.

Lì la luce è sempre dritta: ti cade sempre sopra la testa. Cambia solo e soltanto nelle ore che scandiscono l’inizio e la fine di ogni giornata. Da sotto, e da qualsiasi angolo tu ti possa trovare, vedrai un castello arroccato, ed avrai l’impressione che le sue torri siano gli occhi di un Dio che ti osserva e non ti giudica. Un Dio buono che non ha la velleità di essere il regolatore di ciò che succede sulla terra, tra gli uomini e dentro le superficiali vite di questi ultimi.

Tornando quassù, allora, ti sentirai investito da una luce diversa e sentirai la vicinanza con gli occhi di quel Dio che non giudica.

Eppure non potrai fare a meno di scendere nuovamente, come Socrate quando – necessariamente – deve addentrarsi nel Pireo per dare avvio alla Repubblica. E quindi un giorno dovrai tornare laggiù, dentro quella vallata umida e sana, e da qualsiasi punto d’osservazione vedrai la luce cambiare ed illuminare tutto allo stesso modo, senza sconti. E non ci sarà nessun Dio ad osservarti, solo un castello arroccato e stupendo, lontano da te. Ma preferirai illuderti una volta ancora, perché altrimenti tutto, mentre risulterà essere illuminato, potrà anche farti del male.

Tifare è non avere a che fare con la verità

Tifare è non avere a che fare con la verità

Per motivi facilmente intuibili – legati primariamente al visibile coinvolgimento emotivo che manifesto quando la squadra di calcio per cui faccio il tifo gioca una partita (soprattutto se importante) – ho provato più volte a spiegare, e dunque a spiegarmi, cosa significa “tifare”, “fare il tifo”. Scrivo questa cosa qualche giorno dopo una dolorosa (per usare un eufemismo) sconfitta della mia squadra, con tutta la difficoltà che un tifoso può comprendere.

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Gli espulsi

Gli espulsi

Lui aveva sempre trovato interessante quella fetta di persone che si ritrova, per un motivo o per un altro, sempre dalla parte giusta. Un universo tutt’altro che silente, capace di trovare sentenze a buon mercato per ogni questione e soprattutto così eterogeneo da non essere d’accordo nemmeno con se stesso. Non che l’avere il dubbio nel DNA sia una cosa negativa, ma è certo impressionante – pensava lui – questa sicurezza che non traballa mai. I loro gomiti sono sempre alzati, impegnati a gesticolare e rendere chiare le parole, i concetti, le idee; è così difficile, del resto, restare ad ascoltare più di quello che già facciamo. Continua a leggere “Gli espulsi”

Lo sfondo

Lo sfondo

Di quanto sia difficile evitare la noia asfissiante della routine, il soffocamento provocato dalla ripetizione sempre uguale dei giorni, la consuetudine trasformata in uccisione di ogni desiderio e libertà, non c’è bisogno di scrivere.

Molto più probabilmente, così credo, c’è bisogno di cercare e trovare alternative, i segni del cambiamento, le molle nascoste che possono rivoltare tutto quello che appare ripetitivo.

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Auguri, David!

Auguri, David!

Qualche settimana fa stavo sistemando il mio archivio fotografico digitale su Google Foto, e scorrendo con la barra a destra tra i vari mesi nei quali ho scattato quelle foto, mi sono fermato a riguardare quelle del 2 luglio 2016. Luogo: Circo Massimo, Roma.

Forse non ci avevo mai pensato in maniera intensa, ma quel giorno sono riuscito ad avverare uno dei miei sogni da bambino: vedere David Gilmour dal vivo. A pochi metri dal mastodontico palco, mentre l’Italia giocava i quarti di finale dell’Europeo contro la Germania, e il sole calava dietro i pini di una Roma tropicale, venivo colpito nuovamente dal suono di quella Stratocaster nera. Continua a leggere “Auguri, David!”

Teorema dell’incompletezza – Recensione

Teorema dell’incompletezza – Recensione

Teorema dell’incompletezza
Valerio Callieri
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Esistono delle storie che s’intrecciano con la Storia.
Accade poi che queste storie, per le donne e gli uomini che le vivono, e per coloro che ne sono ai fianchi, diventino l’unica storia a cui davvero tenere.

È questo, in estrema sintesi, ciò che dimostra e conferma Teorema dell’incompletezza di Valerio Callieri – se un romanzo oltretutto deve dimostrare qualcosa (il che non è affatto scontato). In altre parole, si potrebbe dire che Callieri illumini una tendenza egoistica, e piuttosto naturale, la quale conduce inequivocabilmente ogni uomo a guardare se stesso, le proprie vicende, a vivere queste ultime come un peso e ad osservare i fatti della storia come uno sfondo entro il quale giustificare o spiegare ciò che accade e fa.

Gli uomini si dimenticano della Storia, ma tentano in maniera spasmodica di lasciare almeno una traccia nelle loro storie. Teorema dell’incompletezza sembra essere cosciente di questa genetica caratteristica umana e intende – come ogni sana costruzione dell’ingegno – allargare lo sguardo, spostare la macchina da presa a distanza, così da poter filmare un totale nel quale passato e presente si influenzano a vicenda. Continua a leggere “Teorema dell’incompletezza – Recensione”

Io e Cesare

Io e Cesare


Premessa
Qualche giorno fa ho riletto Il carcere, un romanzo di Cesare Pavese. La rilettura di quel breve testo, attraverso il quale Pavese «racconta l’anno che Stefano è costretto a passare al confino in un minuscolo paesino del sud Italia, tra l’inattività forzata, il mare, l’osteria del paese e la seducente luminosità della noia», mi ha riportato alla mente alcuni ricordi che da tempo non frequentavo e che ora trascrivo. Probabilmente, per farci i conti. Continua a leggere “Io e Cesare”

Lo streaming ha già salvato qualcuno

Lo streaming ha già salvato qualcuno

È da circa un anno e mezzo che sono un abbonato a Netflix, la famosa piattaforma online attraverso la quale è possibile vedere un’infinità di film, serie tv e documentari. In pratica: dal computer (o molto più comodamente dall’applicazione sul tuo smartphone) puoi accedere, quando vuoi e come preferisci, ad una quantità tendente ad infinito di prodotti audiovisivi, e così poi gustarteli dal tuo divano, o dal sedile di un treno.

Personalmente, attraverso una Chromecast, condivido quei contenuti sulla mia TV e riesco a vedermi delle serie tv spettacolari, così come dei film capolavori, in HD, all’orario che preferisco, senza interruzioni pubblicitarie e con la possibilità di mettere stop per andarmi a preparare una fetta di pane e Nutella. Continua a leggere “Lo streaming ha già salvato qualcuno”

Dovunque

Dovunque

Capita che certe canzoni siano belle sempre, dovunque, suonate in qualsiasi modo, cantate da una donna o da un uomo, sopra il palco di Sanremo o nel salotto di casa, con un’orchestra arrangiata magistralmente, o con una chitarra acustica leggermente calante.

E se sei capace di scrivere questa roba così universale, questa formula magica attraverso la quale ogni persona può riconoscersi e specchiarsi, be’: hai scritto qualcosa che si avvicina ad un capolavoro.

Impossibile?

Impossibile?

Quante possibilità ci sono che, un ragazzo umbro (io) – di ritorno da Reggio Emilia, una fredda domenica sera di fine gennaio, attraverso BlaBlaCar, alla stazione centrale di Bologna – dia un passaggio a:

  1. un altro umbro che ha organizzato un suo concerto e che ha passato Capodanno in un piccolo paesino del Salento;
  2. un ragazzo pugliese che, si scopre, è originario proprio di quel paesino del Salento, che è amico di chi ha invitato il ragazzo del punto 1, e anzi: ci ha giocato a PaintBall durante le vacanze?

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Karl-Ove-Knausgård (Oslo, 1968)

Karl-Ove-Knausgård (Oslo, 1968)

Sto leggendo L’isola dell’infanzia, il terzo, corposo, volume della biografia in sei tomi dello scrittore norvegese Karl Ove Knausgård.
Ho letto i primi due volumi, il primo nel novembre 2015 e il secondo tra l’agosto e il settembre 2016. Finora i testi sono quasi del tutto autonomi. Si potrebbe benissimo leggerne uno, senza aver letto quelli precedenti. Tutti, però, hanno la spasmodica voglia di raccontare questa vita normale: la vita di uno scrittore quasi cinquantenne che ha vissuto sempre fra la Norvegia e la Svezia.

Eppure, sarà per una forma di voyeurismo di chi la legge, sarà perché è così difficile mettere in mostra la propria esistenza, ma questa vicenda ti richiama. O almeno, mi richiama. Knausgård è onesto, scrive chi è. Le sue debolezze, le sue certezze, le sue lacrime e i suoi coiti diventano materia letteraria e non sotto pseudonimo, ma direttamente. Questa forma di prepotente invasione nella nostra coscienza collettiva è entusiasmante, secondo me – al netto di ogni curiosità (morbosa?) che deve sempre inondare chi legge.

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Le piccole cose annidate nei numeri

Le piccole cose annidate nei numeri

La consuetudine di fine anno impone, pubblicamente o meno, di fare bilanci dell’anno appena passato o – che è il rovescio della stessa medaglia – esprimere buoni propositi per l’anno che si sta aprendo.

Uno dei modi per capire (si potrebbe dire freddamente, ma non è detto) cosa si è fatto nei 365 giorni alle spalle, come si è speso il tempo a nostra disposizione che, convenzionalmente, termina un ciclo chiamato “anno”, è attraverso dei numeri.

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Con le peggiori intenzioni – Recensione

Con le peggiori intenzioni – Recensione

Disclaimer: sogno un film con la sceneggiatura di Alessandro Piperno e la regia di Paolo Sorrentino.

Perché?
Per Sorrentino provo a rispondere un’altra volta, per Piperno ora – e comunque in maniera sommaria. Poiché ho appena finito di leggere il suo primo romanzo, del 2005, Con le peggiori intenzioni. Quest’anno – appena uscito – avevo letto anche il suo quarto e più recente romanzo, Dove la storia finisce, di cui avevo parlato anche qui. Anni indietro mi ero imbattuto, quasi casualmente, prima in Persecuzione e poi – fagocitato dalla sua scrittura e dalla storia – in Inseparabili, col quale Piperno vinse il premio Strega. (Inoltre, Persecuzione Inseparabili, formano il dittico: Il fuoco amico dei ricordi.)

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“Caos anziché musica”

“Caos anziché musica”

Sembra piuttosto chiaro che Julian Barnes – o il suo editor, o forse entrambi assieme – ci sappiano fare con i titoli dei libri. Dopo The Sens of an Ending (Il senso di una fine) se ne esce con The noise of Time (Il rumore del tempo). Titoli quantomeno evocativi.

Il senso di una fine mi era molto piaciuto. (Anche se rileggendo la recensione che scrissi 4 anni fa mi pare di trovare una certa ingenuità nella mia scrittura, una pretenziosità che non aveva ragion d’essere. Ma vabbè, si sa: si cambia. E devo assolutamente rileggere quel libro, preferibilmente in una domenica piovosa.)

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Vite e Controvite

Vite e Controvite

Nel 1986 Philip Roth pubblica un romanzo dal titolo La controvita (in Italia tradotto da Vincenzo Mantovani, edito da Einaudi). Protagonista il suo alter-ego Nathan Zuckerman. Autore ebreo-americano capace di (o forse necessitato a) trovare il conflitto in ogni cosa. Incapace di soddisfarsi. E menomale.

La storia sembra semplice, all’inizio. In seguito il romanzo prende una piega quasi post-moderna, con protagonisti che muoiono solo in apparenza e che tornano alla ribalta, in un gioco fra realtà e finzione, vita e letteratura, non più così chiaro ma che apre i polmoni e ti getta in una catarsi quasi magica.

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Referendum costituzionale: eh Sì.

Referendum costituzionale: eh Sì.

Fra meno di una settimana si vota per il referendum costituzionale, per approvare o respingere la riforma concernente, dice il quesito referendario, “le disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della II parte della Costituzione”. Il referendum: la democrazia diretta, la massima espressione dell’idea del potere al popolo.

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Fai bei sogni, il film – Recensione

Fai bei sogni, il film – Recensione

Il più grande pericolo nel quale Marco Bellocchio è incorso, girando un film a partireliberamente tratto dal bestseller di Massimo Gramellini Fai bei sogni, era quello di fare un film melenso e da iperglicemia.
La storia è chiaramente toccante (la perdita della madre all’età di 9 anni da parte di Gramellini stesso, al quale viene fatto credere sempre che la mamma sia morta per un infarto fulminante). Ed inoltre, è molto vicina alle tematiche care a Bellocchio, come i problemi famigliari, la mancanza e l’assenza, lo spaesamento. Continua a leggere “Fai bei sogni, il film – Recensione”

Ieri sera eravamo tutti al Bataclan

Ieri sera eravamo tutti al Bataclan

Ieri sera, 12 novembre 2016, in tutto il mondo si sono suonate miliardi di note.
Alcune di queste risuonavano, per la prima volta dopo gli attentati di un anno fa, all’interno del Bataclan. Sting apriva nuovamente la grande sala da concerti, dopo un minuto di silenzio e poi con la struggente Fragile.

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24/7.

24/7.

Su Consecutio Rerum, “Rivista critica della postmodernità” (rivista semestrale specializzata35 di filosofia e critica sociale), è uscita questa mia recensione – che vuole essere pensata e strutturata, nella misura in cui si tratta di una recensione che è più un commento – a “24/7 Il capitalismo all’assalto del sonno”, di Jonathan Crary. Il libro è stato edito da Einaudi nel 2015.

“Dove la storia finisce”. Recensione al nuovo libro di Alessandro Piperno.

“Dove la storia finisce”. Recensione al nuovo libro di Alessandro Piperno.

Alessandro Piperno scrive in un italiano invidiabile. Le sue frasi, l’intreccio di pensieri che si fanno parole, sono melliflue, calde, accoglienti persino quando si propone di respingere il lettore. Piperno ha la capacità, rara, di poter discernere tutte le componenti di un personaggio, aprirle una alla volta nel corso della narrazione, posizionarle lì dove la trama lo richiede.

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Sul tempo da spendere, e sul pubblico che ama far casino

Sul tempo da spendere, e sul pubblico che ama far casino
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Qualche tempo fa, degli amici musicisti (i quali hanno da poco pubblicato un signor disco, che dovete andarvi ad ascoltare), dopo un concerto hanno scritto sulla loro pagina facebook che è molto facile trovare, ai concerti – soprattutto nei locali dove ci sono molti ggiovani –, quelli che storcono il naso davanti a canzoni intime e sussurrate. Dirò di più, è sempre più facile trovare ascoltatori che storcono il naso, e girano i tacchi, davanti ad un gruppo che suona brani suoi, propone un’idea, bella o brutta che sia.

Il messaggio pubblico degli amici citati mi ha fatto riflettere. Ho constatato molte volte la medesima cosa suonando le mie cose in pubblico. Si tratta, inoltre, di un atteggiamento che, per lo più, precede il giudizio sul fatto che ciò che si sta ascoltando sia bello o brutto: è un atteggiamento a priori.
Loro scrivono che i ggiovani vogliono solo divertirsi e far casino, perché schifati dalla vita. Ma non basta, secondo me.

Siamo sempre di più di fronte all’incapacità di fermarci. Non si tratta (solo) di schifo o di repulsione per ciò che viviamo quotidianamente – che, poi, potrebbe anche minimamente cambiare grazie al nostro fare quotidiano. Si tratta piuttosto di uno scollamento fra ciò che chiamiamo soddisfazione e ciò che realmente sentiamo essere. La frenesia, il continuo andare, il volume alto, la velocità spropositata dei nostri atti, la cattiveria con cui chiediamo che le cose accadano per come vogliamo, l’incessante procedere insieme a masse indefinite, non ci hanno dato solo la libertà di fare, più o meno, ciò che vogliamo. Tutto ciò ci ha condotti all’interno di un vortice secco e polveroso dal quale riemergere non è facile.

Da questo stato di cose molti di noi, e spesso anche noi stessi, escono con indosso una bramosia che valuta come positiva solo la quantità, mai la qualità. Di questa bramosia pagano i conti infine le persone, i rapporti con le donne e gli uomini che vivono questa vita finita accanto a noi; l’arte in generale, la musica, il cinema, il teatro, i musei… Come famelici assennati fagocitiamo tutto, senza alcun filtro, e le nostre papille gustative vogliono solo ciò che è già conosciuto e, al massimo, ciò che ci genera uno shock (spesso poi non volendolo più nemmeno vedere). La scoperta del nuovo sembra preclusa a pochi fannulloni che hanno tempo per perdere tempo.

Perché questo vortice non ci conduca ancora più giù, dove l’aria è irrespirabile, invece, è importante sedersi, avere tempo da spendere di fronte all’ignoto, a ciò che non è mai passato davanti ai nostri occhi, a ciò che non è stato recensito, a quelle cose che sembrano al di fuori di questo mondo. Forse sono le uniche che possono ricondurci “all’altro mondo”. Quello che abbiamo perso e nel quale forse si può essere non solo soddisfatti ma felici.

“Uno di noi” di Åsne Seierstad, una recensione

“Uno di noi” di Åsne Seierstad, una recensione

Alcune delle più belle discussioni che ho avuto con un amico storico, sono state intorno al tema del male. Entrambi laureati in filosofia, entrambi non credenti, lui di vent’anni più grande di me.

Lui ripeteva sempre che ogni filosofia, ogni spiegazione della totalità delle cose, qualunque teorizzazione del mondo, non potesse mai situarsi totalmente al di là del bene e del male, ma fosse costantemente riportata sulla terra, per così dire, dalla ferocia del male. Dal dolore e da tutto ciò che c’è di, almeno apparentemente, inspiegabile. In parte questa cosa mi ha sempre convinto, sarà perché sono un animo che ha sempre trovato una certa affinità con le sensazioni, con ciò che vi è di lato emotivo nella vita (pur definendomi un razionalista convinto – e questo non genera contraddizione, dal mio punto di vista, ma si tratta di un’altra storia). Dall’altra invece questo non mi convince, sembra una sofisticata modalità di fuga, un modo per non pensare il male, ma per ingabbiarlo intorno alla sua stessa dolorosa tragicità.

Lacan sosteneva che il Reale, ciò che sta al fondo di tutta la realtà che ci passa davanti e che contribuiamo a costruire, occorre farlo uscire dal nostro campo visivo. Il Reale è dannoso, tragico, sanguinolento e doloroso. Noi costruiamo la realtà (con la “r” minuscola) proprio per attenuare i colori scuri del Reale.

Ho riprodotto sempre questo dialogo anche dentro la mia testa, ogni qual volta la cronaca mi riportava, davanti agli occhi, ciò che di sconfortante accadeva nel mondo. Una cosa che chiunque abbia una media informazione quotidiana prova sulla propria pelle, quel senso di sconcerto e paradossalità, di ingiustizia e inefficacia.
Poi è normale, alcuni eventi ti colpiscono di più, altri scorrono via più laterali, immersi dentro il flusso della tua quotidianità. Però mi ricordo che nel luglio del 2011, avevo 21 anni, e i morti di Utøya mi erano rimasti impressi.
Troppo impressi.
Più degli stessi morti, causati dalla medesima persona, a Oslo qualche ora prima. Anche qui, applicando una più o meno deliberata scelta che mi faceva sentire vicinissimo l’orrore dei morti su quell’isola, e un po’ più laterali gli altri. (Forse si tratta di una forma di difesa…)

Ad Utøya c’erano ragazzi come me. Che non facevano nulla di male. Così come non facevano nulla di male le donne e gli uomini in un mercato a Kabul bombardato da qualche aereo militare, o le donne e gli uomini che nella metro di Bruxelles hanno trovato la morte. Ma ad Utøya l’utopia era ancora possibile, secondo quei ragazzi. Lì non ci si limitava a vivere. Su quell’isola il sogno era vivido, il desiderio era più che mai acceso, capace di dare impulso alle vite – politiche e non solo – di quei ragazzi e di tutto ciò che li circondava e che loro potevano influenzare.
Tutto questo, dopo il 22 luglio 2011, per molte di quelle persone (morti, sopravvissuti, parenti dei morti e anche parenti dei sopravvissuti) ciò non è stato più possibile. Il Reale si è manifestato, ben oltre il velo che ne copre il lato più oscuro e malvagio, ben al di là di quella maschera che gli proiettiamo addosso affinché la nostra vita non sia un continuo nuotare a fatica nel dolore.

Uno di noi, di Asne Seirstad, racconta l’infanzia di Breivik, la progettazione dell’attentato, le sue convinzioni politiche e ciò che ha voluto dimostrare anche con il processo (civilissimo, nella civilissima Norvegia) a cui è stato sottoposto. Il libro tratteggia un uomo come noi, uno di noiappunto; magari cresciuto con alcuni problemi familiari che, però, non giustificano completamente la razionale follia di quegli attacchi, rivendicati alla luce di un’ideologia della purezza che fa spavento al solo pensiero. Ognuno di noi è certamente il frutto anche della storia che ha alle spalle, ma non tutti i ragazzi che nascono all’interno di contesti familiari difficili hanno la stessa personalità di Anders Breivik. L’equazione “problemi familiari, crescita difficile, allora: si spiega il suo istinto omicida” non regge. Né alla prova dei fatti, né concettualmente.
Breivik è un uomo lucido, tutt’altro che spaesato, ben convinto di sapere cosa stava facendo, realmente programmato per compiere quegli atti. Dal libro, ciò emerge in maniera a volte più limpida, altre volte in modo più oscuro.

Il testo, informatissimo e rigoroso, è la dimostrazione fisica del fatto che un’idea può generare qualsiasi cosa, anche uno dei più folli pluri-omicidi della storia europea recente. Ora, con le immagini agitate che scorrono nei TG in questi anni turbolenti, sembra tutto rientrare dentro un unico disegno. Breivik, così come molti degli attentatori di Bruxelles o Parigi o Nizza, e forse in maniera ancora più radicale, is one of us, vissuto da sempre in questa terra di relativa libertà.
Libertà che conduce e permette anche di sviluppare le folli idee di Breivik: ideologia della purezza. Parole inconcepibili.

Questo libro non dà una risposta, nemmeno una, alle mille domande che ti sorgono in testa e si riassumono in un semplice “perché?”. Racconta una storia, nella sua paradossale tragicità. Allora, pensi, forse l’orrore non si spiega. Col pensiero possiamo andare al di là di ogni bene e ogni male, ma il mondo ne è immerso totalmente. E a fatica respira.

Mai, come alla fine di questo libro, mi sono sentito spaesato e sconvolto: realmente incapace di capire se ciò che chiamo bene lo è davvero.
L’unica cosa che ho capito, ancora meglio di prima, dopo la lettura di questo libro – lettura che, come ogni viaggio che si rispetti, ti cambia alla fine del percorso –, è che esiste un male acefalo e uno invece cosciente della sua natura.

La storia di Breivik rientra nella seconda delle due opzioni, quella che fa più paura.

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Contesti, luoghi e pagine

Oggi, 23 aprile, è la Giornata mondiale del libro. Non so se perché sono nato proprio il 23 aprile, o perché semplicemente i contesti e i luoghi in cui vivo e sono cresciuto mi hanno portato, insieme ad una dose variabile di quella che amiamo chiamare libertà, ma ho sempre avuto un rapporto molto stretto coi libri. Chi mi conosce lo sa, e forse se ne è accorto anche chi segue distrattamente i miei profili social. Nella mia casa i libri abbondano, e fanno parte di una sostanziale fetta di ogni giornata.

Non ho mai considerato la lettura un atto di isolamento. O meglio, per un certo verso lo è, ma ha nella sua “missione” quella di evitare le derive cattive di ogni solitudine. Leggere non significa emarginarsi (anche se spesso alcuni lo credono, stigmatizzando chi legge, come fosse un reato), leggere vuol dire immergersi in un contesto, in dei luoghi e in delle pagine che ampliano il nostro orizzonte percettivo e di esperienza.

Inevitabilmente, per uno che prova a scrivere musica e parole, tutto ciò che vive, che pensa, e spesso che lo sfiora soltanto, diventa materiale plastico da riguardare. (Quest’ultimo verbo, va inteso sia nel senso del riguardo, della cura, sia del guardare di nuovo.)
E allora, le pagine, la voglia di una fuga, non solo materiale – prendendo un aereo –, ma anche interna alla fantasia che si svolge, magari, nello stesso luogo in cui sei nato e vissuto, sono entrate di diritto dentro una delle canzoni che formano la tracklist di Sicuro su niente.

Il brano, ora disponibile su Youtube, e per qualche giorno scaricabile gratuitamente su SoundCloud, e che qualcuno avrà già sentito, si intitola «Le pagine». Sembra un inno alla solitudine, e probabilmente lo è; perché la solitudine buona è la strada più affascinante per andarsene e poi tornare in mezzo alle vite degli altri, senza rimanerne affogati.

365 di 2015

365 di 2015

Data: 29 dicembre 2015, ultima prova dell’anno che si sta chiudendo.
Luogo: la nostra freddissima sala prove.

Non si tratta di fare bilanci, non ci piace e non ne abbiamo voglia, vorremmo solo ricordarci di un po’ delle cose che sono successe in questa, se poi ci pensate convenzionale, divisione del tempo chiamata “anno”.

Sono stati 365 giorni belli pieni nei quali ci sono dentro molte cose. Iniziamo. Dovremmo sempre ricordarci che nel 2015: abbiamo registrato un disco di 9 pezzi; Lorenzo si è sposato (e Saverio era uno dei suoi testimoni); Mauro ha imparato a fare la pizza come pochi altri sul territorio italico; abbiamo conosciuto persone che ci hanno aiutato a dare vita a un piccolo sogno chiamato Sicuro su niente (uno di questi si chiama Francesco, grazie); ad una serata abbiamo visto la sala svuotarsi mentre stavamo suonando, e non è bello; ad un’altra serata – quella della presentazione del disco – abbiamo visto occhi e orecchie attente dall’inizio alla fine, ed è stato molto bello; Gianmarco ha cambiato casa; Saverio si è laureato in Filosofia; abbiamo dato qualche intervista ad alcune radio che hanno (coraggiose!) passato anche qualche nostro pezzo; siamo andati in trasferta a Milano; abbiamo cominciato a condividere fra di noi molta della musica che ascoltiamo su Spotify; siamo stati a cena e a pranzo molte volte insieme, anche mangiando la sublime pizza di Mauro; Gianmarco ha fatto parecchie chiusure; Lorenzo si è molte volte lamentato del poco tempo a sua disposizione; Saverio dovunque è andato (Sicilia, Marche, Lombardia, Lazio, Abruzzo, Veneto, Toscana…) ha portato con sé e venduto, o regalato, qualche copia del disco; Mauro ha cominciato a giocare a calcetto con molta più intelligenza tattica, e riesce anche ad essere incisivo sotto porta, grazie anche ai consigli di Saverio (ammettiamolo); Lorenzo e Gianmarco giocano nella stessa squadra di pallavolo; qualcuno ha accostato la nostra musica a quella dei Timoria e dei Litfiba, bé poteva andarci peggio; altri l’hanno definita come poco alternativa, e anche qui poteva andarci peggio; altri ancora hanno detto che i testi delle nostre canzoni sono troppo criptici, e forse è vero; Lorenzo si è fatto una mega vacanza fra le Maldive e lo Sri-Lanka, mentre gli altri tre si squagliavano al caldo della città, a luglio; Mauro ha fatto moltissimi chilometri con la sua motocicletta, ma non sarà mai un vero centauro; abbiamo calcato di nuovo il palco dell’Antifestival, e c’era tanta gente che era tanto bella; ci siamo abbracciati più di una volta scesi dal palco, e ci siamo guardati con un sorriso d’intesa il giorno in cui abbiamo ascoltato il master definitivo del nostro disco; qualcuno a noi molto caro è potuto tornare ad ascoltarci, e a vivere a pieno; abbiamo sempre discusso civilmente degli arrangiamenti e delle parti altrui all’interno dei pezzi, ma più di una volta abbiamo sospeso il giudizio su alcune proposte musicali; Saverio ha tenuto gli altri sulle spine per un paio di giorni, prima di dargli una buona notizia; abbiamo avuto modo di suonare con due amici che ci hanno aiutato per un importante concerto, grazie Viviana e grazie Marco; a quello stesso concerto poi ci ha dato una mano, tecnica e morale, anche Roberto, grazie; Elisa ha fatto di una nostra canzone la “colonna sonora” di uno splendido viaggio “immaginario” dall’alto su Spoleto, grazie; qualcuno ci ha proposto di scrivere delle musiche per uno spettacolo teatrale; Mauro è diventato zio; anche Lorenzo ha cambiato casa, ed è andato ad abitare con sua moglie Marta; abbiamo dovuto rispondere più volte alla legittima domanda “ma perché vi presentate con il nome di un singolo, e vi considerate a tutti gli effetti come una band?”, e la risposta è sempre stata insoddisfacente anche per noi; abbiamo cercato un nome per la band da affiancare a quello di Saverio, ma ogni volta abbiamo finito per dire solo cazzate e ridere; abbiamo vinto un concorso musicale, e a un altro siamo arrivati secondi – va bene uguale; Gianmarco ora gira con un’auto bianca che sembra un taxi, ma è sempre più motorizzato di Saverio che spesso gira a piedi o in pullman; abbiamo programmato, solo nella nostra testa, uno spettacolare viaggio a Cuba; abbiamo una fan sfegatata che ci segue dal Piemonte; ci siamo visti a Cadorna; ci siamo messi a dieta, e poi qualcuno ha ripreso i chili che aveva perso; abbiamo venduto circa 150 copie del nostro disco, ed è un successo; abbiamo ricevuto ascolti su Spotify dall’Australia e degli Stati Uniti, e questa cosa è straordinaria; qualcuno ci ha detto “non è il mio genere, ma siete bravi”; altri ci hanno detto, meno diplomaticamente, “non è il mio genere”; siamo andati al cinema insieme, una volta, ma non eravamo tutti; abbiamo chiesto la tessera di soci onorari al Testone, ma non sono preparati sotto questo punto di vista; al matrimonio di Lorenzo abbiamo molto festeggiato, e anche suonato una canzone di Renato Zero; abbiamo detto tante volte “dai, riprendiamola da capo…”; Saverio ha ricordato molte volte a Mauro gli accordi o le parti di chitarra di quasi tutte le canzoni in repertorio; Lorenzo ha più volte perso i suoi preziosi fogli dove appunta le parti di basso; Gianmarco si ricorda più o meno tutto; abbiamo suonato in una piazza strapiena di gente, con una gradinata in fondo, peccato che fosse tutto illuminato a giorno; ci siamo bevuti alcune birre insieme, ma ricordare tutto quello che ci siamo detti non è facile, anche se ha segnato lo scorrere, se volete convenzionale, di questi 365 giorni.

Buon 2016.
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è ufficiale!

è ufficiale!

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Insomma: è ufficiale! Lorenzo s’è sposato!

Sabato 4 luglio Lorenzo infatti è convogliato a nozze con Marta, fan sfegatata del nostro gruppo e non solo perché sentimentalmente legata al nostro bassman.
È stato bello vivere la preparazione della festa insieme a Lorenzo, al quale abbiamo dato una mano facendo un po’ di intrattenimento musicale e un po’ di sano casino. Via via che si avvicinavano i giorni dell’atteso matrimonio Lorenzo era sempre più teso, come se non ricordasse la parte da suonare. E poi, invece, ha – come al solito – suonato al suo meglio.

Personalmente è stato un onore e un piacere essere uno dei testimoni di nozze di Lorenzo (il che vi dà la cifra di ciò che realmente c’è dietro questo gruppo, molto di più che un insieme di musicisti).

Ora per una ventina di giorni staccheremo un po’ la spina. Lorenzo si farà il suo bel viaggio di nozze, e poi torneremo a suonare. Ci sono già delle date da preparare e a cui fare bella figura, continuando a suonare i pezzi di Sicuro su niente. 28 luglio, 8 agosto e 13 agosto. Presto le novità.

Intanto ci culliamo dentro la calura di luglio, felici di togliere il punto interrogativo dopo le due parole: è ufficiale?

Auguri Lorenzo e Marta!

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Youth – Una recensione

L’idea secondo la quale un film, un libro, una canzone, qualsiasi forma espressiva, abbia uno ed un unico senso, messaggio o scopo, che l’autore cela dietro il suo lavoro, e che noi dobbiamo ricavare e scoprire, è un’idea inguaribilmente pregiudizievole. I film, i libri, le poesie, le canzoni, ogni forma d’arte è qualcosa che va fatto nostro. L’arte non si conforma con la Verità, lei sta lì a ricordarci che dobbiamo emozionarci.

Se ciò è vero, e se – soprattutto – ciò ci permette di vedere nell’arte molte più cose che nel bel mezzo della ricerca del senso unico ci perdiamo inevitabilmente, allora Youth, il nuovo lavoro di Paolo Sorrentino, non è solo un film sulla vecchiaia e sulla giovinezza nelle sue molteplici sfaccettature, così come non è solamente un film malinconico che riflette sulla vita e sul necessario scorrere del tempo.

Youth è il classico film di Sorrentino, senza nessuna storia o vicenda esteriore, una serie infinita di eccellenti quadri che si allargano lentamente, scoperchiando così immagini stupende e frasi che, fra il serio e il faceto, sembrano sempre sentenze definitive. Quest’ultime, a mio avviso, a differenza di ciò che scrive Goffredo Fofi su Internazionale, anche con un certo livore che difficilmente si comprende, non sono frasi nel genere Baci Perugina, ma sono il tentativo di mostrare la possibilità che gli uomini, intenti a dire massime capitali, a volte dicono delle stronzate e delle banalità.

Un pazzesco Michael Cain interpreta Fred Ballinger, un’ottantacinquenne ex direttore d’orchestra, apatico fin dalla prima scena, in un resort sulle montagne svizzere che rifiuta il goloso invito di un emissario della Regina Elisabetta d’Inghileterra, a dirigere un concerto in onore del Principe. Nella stessa struttura vi è un altro anziano, un suo carissimo amico, il regista Mick Boyle (ovvero Harvey Keitel), alle prese con la sceneggiatura del suo ultimo film, dal titolo tanto solenne quanto stupido (per tornare alla duplicità delle frasi, di cui sopra).

I quadri filmici si aprono entro questo orizzonte, tra le montagne e i prati in fiore, le piscine, le saune della spa e gli spettacolini serali per gli ospiti. Ma è inutile raccontare gli altri personaggi che a mano a mano entrano nelle scene e che dànno un po’, non troppo, non è una commedia, al rapporto fra Fred e Mick. Vanno piuttosto fissate nella memoria, al fine di goderne la bellezza e la sensibilità, alcune scene del film, le quali aprono sempre una voragine in uno dei due personaggi (più in Fred, che in Mick, a dir la verità) e nello spettatore.

Il sorprendente monologo, quasi due minuti, della figlia di Fred (una bellissima Rachel Weisz), con un’unica inquadratura stretta sul volto, mentre i due sono sdraiati sotto una patina di fanghi rigeneranti. Oppure le carrellate sulle saune e i bagni turchi, dove sono ammassati anziani signori e donne cadenti, immobili, quasi come statue elleniche, illuminate magistralmente sempre da dietro, come a formare una sagoma.
Diego Armando Maradona, molto più grasso di come già è, con la sua donna che lo assiste sempre con bombole d’ossigeno su un carrellino, quasi come il trolley di Ceyenne in This must be the place. Un Maradona che è protagonista di uno dei migliori dialoghi del film, quando – dentro la piscina coperta della struttura – si avvicina a Fred che sta parlando con un bambino, violinista, il quale ringrazia l’anziano direttore d’orchestra per i consigli che gli ha impartito. Fred fa notare che i problemi che vanno corretti nella sua esecuzione sono dovuti al fatto che egli sia mancino. Maradona, felice di poter intervenire e di farsi notare, afferma «anche io sono mancino». La risposta è un colpo di genio: «tutto il mondo sa che lei è mancino».

Vi è la capacità di Sorrentino di rendere il film lento al punto giusto, ogni movimento non è lasciato al caso, le camminate in mezzo ai prati sono delicate, soavi, con un ritmo che segue quello interiore di Fred Ballinger. Anzi, gli unici momenti in cui il ritmo si alza vertiginosamente, con un volume spropositato della musica, sono solo una trovata registica che permette a Sorrentino di mostrare la bellezza e la straordinarietà di quella cadenza temporale di cui un film del genere ha bisogno.

In mezzo ci sono anche micro eventi che segnano il cammino della, seppur minima, narrazione. Ma essi sono complementari alla descrizione che Sorrentino vuole fare dell’uomo, della sua diversità e della sua intransigenza verso se stesso. L’opera non ci vuole dire nulla; non vi è alcun messaggio in codice, come ha anche scritto Christian Raimo (affetto a mio avviso da un sentimento di odio/amore nei confronti di Sorrentino). Raimo ha anche fatto notare, giustamente, che il finale di Youth è troppe volte rimandato, alla ricerca di un’enfasi sempre maggiore che però, alla fine, depotenzia immagini sublimi e vertiginose.

Vedendo Youth possiamo riflettere su molte cose, e anche provare a scovare il senso ad ogni minimo particolare del film. Ma Youth, come molte altre opere di Sorrentino, in primo luogo ci ricordano che siamo uomini, fatti di emozioni.

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Cattedrale – Carver, una recensione

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Su cinque stelline quante gliene vuoi dare a Carver?
Cinque. Non si scappa. Carver è una conferma; è la costante presenza della vita nei suoi racconti che ti impone il giudizio maggiore.
Cinque stelline.
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La raccolta Cattedrale è straordinaria, capace di intrecciare gli stessi temi, dentro a vite simili ma totalmente opposte, spesso innaffiate dall’alcool e affondate dentro il bicchiere. Gli eventi veri sono già successi, qui si traggono per lo più le conclusioni di ciò che è successo, dentro e fuori le persone. Il punto di arrivo dei personaggi è lo spettro di se stessi, è l’incontro con ciò che si sono in parte negati in precedenza. Mi dispiace, ma non posso mica parlare come qualcuno che non sono. Non sono un’altra persona, dice il Wes del racconto La casa di Chef.Ho spesso trovato più vita dentro i racconti di Carver che nelle giovani coppie che il sabato pomeriggio affollano il centro della mia città. In Carver l’inesorabilità di ciò che accade è una forza che non esplode rumorosamente, ma ci pone costantemente di fronte la precarietà di noi stessi, come il pino che fa da copertina a questa nuova serie della Einaudi per le raccolte di racconti di Raymond Carver.

Perché c’è sempre un mondo nel quale noi balliamo, siamo instabili e che ci balocchiamo di governare, ma non è così. Di questo mondo sono coscienti i due genitori del miglior racconto della raccolta (che avevo già letto in altre raccolte più o meno ufficiali), Una cosa piccola ma buona. Il giorno del compleanno del loro unico figlio, quest’ultimo viene investito da un’auto. I due passano alcuni giorni all’ospedale con la speranza che il piccolo Scotty si risvegli, assillati dalle telefonate del pasticciere al quale era stata ordinata una torta per il compleanno, mai festeggiato, di Scotty. Il racconto termina con l’incontro fra il pasticciere e i due genitori, e con la consapevolezza che nessuno dei tre poteva fare ciò che non era in suo potere. Quindi, molto poco.

Di quel poco che riusciamo a fare, ci ricorda comunque Carver, non siamo poi così convinti e sicuri. In Da dove sto chiamando J. P. racconta la sua vita al narratore. Entrambi sono in una struttura per il recupero degli alcolisti. J. P. gli racconta di quando ha iniziato a bere sempre di più, e il narratore non trovando alcun motivo plausibile, nel suo racconto, del perché J. P. avesse dovuto affogarsi nell’alcool si chiede: chi può mai sapere perché facciamo le cose che facciamo? 

Voto: 5/5

Raymond Carver
Cattedrale
traduzione italiana: Riccardo Duranti
presentazione: Francesco Piccolo
Einaudi Super ET
pp. 230
€ 12

“incagliati nella memoria…”

“incagliati nella memoria…”

4Domenica sera, a Che tempo che fa, Paolo Sorrentino ha dato una risposta bella e molto intelligente ad una domanda di Fazio.
Il conduttore ha chiesto a Sorrentino, dopo la vittoria dell’Oscar, che cosa sia, per lui, in definitiva, La grande bellezza. Sorrentino ha aspettato un attimo e ha più o meno detto così: la grande bellezza è tutto ciò che, nella vita di un uomo, rimane incagliato nella memoria. La maggior parte del nostro tempo lo passiamo a fare cose futili, in realtà i momenti decisivi sono pochi e “sparuti”. Se di quei momenti decisivi, qualcuno, rimane nella nostra memoria, allora lì sta la grande bellezza.

Poco dopo sono uscito, a fare due passi nella città deserta. Ho ripensato a quella risposta che mi aveva, fin da subito, colpito.
Ho pensato che probabilmente non era completa, quella risposta, e che andava approfondita.
Se è vero, infatti, che ciò che rimane impigliato nella rete della memoria ci permette di tornare indietro, di ripercorrere i nostri passi, di capire perché siamo in luogo piuttosto che in un altro, è anche vero che i ricordi – spesso – vengono manipolati.
E li manipoliamo noi stessi.
Noi facciamo sì che il passato ci si raffiguri in un certo modo e non nel modo in cui veramente era accaduto.
Il nostro ricostruire i ricordi è sempre diverso e risponde sempre alla stessa logica: dobbiamo andare avanti, e per fare ciò bisogna scrollarsi di dosso i pesi. Anche manipolando i ricordi. Anche trasformandoli, rendendoli belli, o almeno: meno brutti.

Siamo una macchina straordinaria, nessun computer può fare ciò che fa il nostro misero lume dell’intelletto naturale.

Non lo so se la grande bellezza sia questo incastrarsi delle cose, nella memoria.
Può darsi; mi piace pensarlo.
Come mi piace pensare che siamo noi il filtro principale, che siamo noi la rete lanciata.
Ché siamo noi, a dar forma al passato, mentre è il passato ad aver dato forma a noi.

L’eterna grande bellezza

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Ieri sera ho visto La grande bellezza, l’ultimo film di Paolo Sorrentino.
Avevo letto, nei giorni scorsi, molte recensioni. Una metà positive, ed una metà no. Come al solito.
Non sono affatto un critico cinematografico (che, poi, dovrei capire bene cos’è un critico cinematografico, come cos’è un critico letterario, etc.), ma volevo raccontare le mie sensazioni durante, e dopo la visione dei 140 minuti del film.
La vicenda umana di Jep Gambardella (impersonato da uno strepitoso Toni Servillo, che lascia, come al suo solito, il segno in positivo), scrittore di un unico romanzo, quarant’anni fa, L’apparato umano, che ha avuto un successo strepitoso, e poi eclissatosi dietro il suo talento, è il punto di partenza per la storia.

Jep abita in una casa sensazionale, con un terrazzo chic sul Colosseo, a Roma. Una Roma bellissima (eccola, La grande bellezza), ripresa in modo magistrale da Sorrentino, che ha già dato prova – indiscutibile – di essere un regista eccezionale, basti pensare alla fotografia e alle riprese di The must be the place, o alle stesse riprese di questo suo ultimo lavoro. La Roma (storica) ripresa da Sorrentino è pulita, casta, senza tempo, e senza ritocco (al contrario della Roma ridisegnata verso colori innaturali, da Woody Allen in To Rome with love), forse una dedica alla Roma di Fellini, ma in ciò non ci vedo nulla di male.

Sul terrazzo di Jep si alternano feste a base di cocaina, alcool ed ebrezza pura, a incontri radical chic, con la nana ed eclettica direttrice del giornale dove Jep scrive articoli di cultura, insieme ad amici vari, pronti a parlare di tutto, e di nulla. Nelle chiacchierate notturne si denuncia la mancanza di moralità, e si denuncia l’attaccamento alle cose materiali del mondo da parte degli uomini, che hanno perso ogni tendenza “spirituale”.

Ci sono mille, velati – ma non troppo -, attacchi critici, da parte di Sorrentino, a quella sinistra in cachemire, che ha parole pronte per tutti, ma nessuna auto-consapevolezza di sé.
Le storie, con al centro Jep, si susseguono, nel tranquillo scorrere di vite insipide e senza prospettive. Com’è quella di Jep, appunto. A 26 anni trasferitosi a Roma, ed ora – a 65 – eterna promessa letteraria, senza stabilità alcuna. Se non quella di “non sapere cos’è la mattina”.

Una vita notturna, fatta di evasione e fuga verso realtà immaginarie, che in verità costituiscono le vite dei personaggi del film. Come la parte della ricca Isabella Ferrari, o della spogliarellista cinquantenne Sabrina Ferilli (brava, perché non recita, ma fa se stessa, una “romana de’ Roma”), o quella del cardinale cuoco, che appena può lascia stare discorsi su Dio e sulla Fede, per spiegare alla combriccola come cucinare il coniglio alla genovese. O Romano (Carlo Verdone), amico storico di Jep, pseudo-scrittore di teatro, insicuro di sé e di ciò che scrive.

In mezzo a questo nulla decadente, a questo buio assordante, che nasconde dentro di sé l’ipocrisia di chi ha vinto, sul piano sociale, e che si manifesta con la fuga e l’evasione dalla realtà vera, si accendono alcune luci.
Alcuni fatti, nella vita di Jep, portano lo stesso a prendere consapevolezza del suo essersi gettato in una melma che non permette risalita. Ed un giorno, in verità, quella melma lui la guardava dall’alto. O almeno avrebbe potuto.
Su questa linea, prende corpo un film – a mio avviso – straordinario; che non vuole per niente mettere in risalto la distanza fra La grande bellezza di Roma, e la grande bruttezza di queste vite gettate alle ortiche, e vissute come estenuanti, da chi le ha buttate.
La regia di Sorrentino è, ancora una volta, magistrale. Le musiche (alcune di Lele Marchitelli, e la Terza sinfonia di Gorecki) sono calibrate al punto tale da rendere tutto ancora più bello.

La grande bellezza è un film sull’apparenza, sul fatto che – alla lunga – ciò che è si mostrerà all’evidenza, e ciò che appare verrà distrutto sotto i colpi dell’eterna grande bellezza che è nascosta, sul piano interrato della realtà e della vita.
Non si tratta di riaffermare un realismo di fondo (ora tanto in voga, in campo filosofico), ma si tratta di far capire che in qualsiasi campo, le costruzioni umane hanno una vita limitata e finita. Perché cercano di oscurare la luce eterna di ciò che c’è, al di sotto.
La vita di Jep Gambardella, è l’emblema di ciò. Una vita che ha nascosto a se stessa il suo senso, e lo ha cercato lì dove lo cercavano tutti. Non trovandolo. Jep, però, si accorge di “non poter più perdere tempo, a fare cose che non aveva voglia di fare”, forse ha percepito la luce che da sotto continuava a spingere.